Palermo è “la città della gioia” o dell’eterno accontentarsi?

È genuino questo sentimento di ottimismo e soddisfazione, basta così poco per renderci felici?

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Vi siete mai chiesti come mai in città riguardo al Palermo e alle vicende rosa nero si respiri un entusiasmo a volte se non spesso eccessivo? Una bonaria febbre collettiva, di sostegno, appartenenza e gioia talmente alta da sembrare quasi esibita ostentazione. Un consenso che contesta qualsiasi obiezione o appunto sul nascere, e celebra e protegge quasi incondizionatamente i personaggi di questa ripartenza. 

FELICITÀ OSTENTATA?

Pare quasi di essere in A ed in fuga per lo scudetto, tanto in certi momenti appare grottesca questa “felicità diffusa”. Perdonate la brutale schiettezza, ma è normale, è una reazione totalmente genuina questa manifestazione di adesione o è anche, o soprattutto, una abile ed intelligente forzatura necessaria? Sarà il razionalizzare tutto, o l’innata ricerca dell’obiettività in ogni circostanza, ma tutta questa gioia, se si esce per un attimo “dai doveri del buon tifoso” non risulta un po’ caricaturale, sebbene assolutamente utile allo scopo?

CAPACITÀ DI REAZIONE

Caspita ma siamo solo in D! E siamo stati bastonati duro solo pochi mesi fa, si puó essere felici? Solo 5 mesi fa si andava allo stadio per spingere il Palermo in A. Ora sarebbe una gioia collettiva vivere gli esiti di questa ripartenza? Davvero si doveva pagare azzerando tutto?  Il sollievo è capacità di reazione a Zamparini, prima eroe  e poi odioso dittatore, che finalmente non c’è più? Basta questo? Giustifica questo delirio…. in serie D? 


PERIFERIA DEL CALCIO

Sì perché siamo solo in D, periferia estrema di un calcio che mostrerà anche le commoventi scene di sport che riconciliano,  il fair play,  il rispetto e  l’umiltà che ci stanno emozionando ma che non è il calcio né la dimensione che deve appartenere  al Palermo nemmeno per sbaglio. È maturità della piazza questo atteggiamento? Si puó dire di si probabilmente. E forse è preferibile ritenerlo un comportamento maturo. Diversamente forse non sarebbe buonistica ipocrisia collettiva? O davvero abituati a serie A e avversari di rango, si puó essere dopo un fragoroso tracollo subito ebbri di gioia seppure in D? 

SIAMO SOLO ALL’INIZIO

Grazie al cielo ed alla nuova società, ad oggi,  si sta polverizzando la concorrenza per lasciare subito questo torneo, ma parlando molto laicamente si puó solo guardare con simpatia a ció che viviamo, non con questa corsa alla gioia al fiero “io c’ero”. Precisiamolo, è un sollievo l’andazzo della stagione rosa nero, o la presenza di tanta gente che si è stretta attorno alla nuova squadra e società per alimentarne la corsa. Ma quel sentimento per cui sentirsi o definirsi “felici” non è una pura esagerazione? Calma e gesso quindi, moderazione di giudizio, godiamo del momento ma non creiamo prematuri idoli e ricordiamoci che arrivare in C è solo l’inizio di un viaggio non la meta,  è solo un metro dei chilometri che ci attendono.

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3 Commenti

  1. Gigi… tu mi ricordi qualcuno con un gatto in copertina social? Sbaglio? Comunque hai aggiunto delle variabili alla analisi assolutam realistiche, grazie per il tuo pensiero

  2. Il signor Marco Iona è volutamente diplomatico – forse per suscitare il dibattito – e pone domande per le quali conosce le risposte. Io citerei almeno tre motivazioni per questo nuovo e bel entusiasmo: 1) è già successo molte volte nella storia della città di adulare i colonizzatori per poi osteggiarli fino all’odio, e di seguito infiammarsi per un nuovo corso (o padrone); ed a questo nuovo corso si aggiunge la fierezza campanilistica e la scoperta di una categoria dove primeggiano valori oltraggiati nelle categorie superiori, e la sportività vera (sul campo e sugli spalti) 2) i prezzi sono modici, per i più giovani quasi gratis, ed a molto palermitani piace la (quasi)gratuità 3) l’interpretazione dei fatti al contrario, comunemente definita “ciriviaddu muntatu arriviaissa” è una componente ricorrente nella società palermitana, a volte è una qualità altre volte è deleteria. In questo caso, per assecondare la convinzione di essere “l’ombelico del mondo” si riesce a inventare grandezza laddove, in realtà, si è consumato un doloroso fallimento sociale e sportivo.

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